Idee

Capita a volte di leggere quotidiani vari ed individuare articoli che chiariscono problemi e situazioni di cui sentiamo parlare. Far circolare queste idee costituisce un contributo al dialogo e alla riflessione personale, fino a elaborare un certo bagaglio personale su cui orientare la propria vita.

Un esempio del genere ci pare scaturire da due interventi del quotidiano Avvenire di oggi: l’uno a firma di un insegnante delle superiori, Roberto Carnero, che affronta il tema dello “sballo” giovanile, temuto in maniera spesso angosciante anche dalle nostre famiglie. L’altro, di Francesco Gesualdi, prova a chiarire per l’ennesima volta il tema dei migranti e della relativa accoglienza, a volte vista come spauracchio altre volte con superficialità.

Buona lettura!

_________________________________________

Quelle morti assurde nel tempo della spensieratezza

ballo non mi sballo.gifVIA DAL CONFORMISMO DELLO «SBALLO»

Devo confessarlo: da insegnante, d’estate non sento la mancanza dei miei studenti. Le vacanze rappresentano quel momento di distacco salutare che porta poi docenti e ragazzi a ritrovarsi a settembre, pronti a ripartire con rinnovato slancio per un altro anno insieme. Tuttavia ogni tanto mi capita, anche se sono in ferie, di pensare a loro. Mi chiedo che cosa staranno facendo, come staranno impiegando questo tempo di riposo così prezioso per rigenerarsi. Non ho potuto fare a meno di pensare ai miei alunni nei giorni scorsi, di fronte alle notizie di ragazzi morti all’improvviso quando il loro tempo doveva essere quello della spensieratezza e del divertimento.

Adele, la sedicenne di Genova morta dopo aver assunto una pasticca di ecstasy, aveva la stessa età dei ragazzi che ho salutato a giugno. Anche lei avrà detto arrivederci ai suoi professori, con la certezza che li avrebbe rivisti di lì a poche settimane. È una notizia che non può non destare profonda amarezza, quando si pensi a come ci voglia davvero poco per rovinarsi. Niccolò aveva invece 22 anni, ed è stato ucciso in un pestaggio senza motivo in una discoteca a Lloret de Mar. Alcuni anni fa mi capitò di pernottare in quella cittadina spagnola con una classe in viaggio d’istruzione. Cedetti, con la collega che era con me, alla richiesta dei ragazzi di una serata in discoteca: chissà, forse la stessa… È andata meglio , nel senso che è qui a raccontare l’assurdità di quanto accaduto, a Daniele, il 24enne veneto finito in coma (e ora fortunatamente uscitone), per i pugni ricevuti, sempre in una discoteca, da uno sconosciuto.

Il problema non è, ovviamente, la discoteca o lo svago in sé, quanto piuttosto l’idea che in certi contesti lo ‘sballo’ sia qualcosa di normale.

Parliamo degli stupefacenti, ma anche dell’alcol, il cui abuso, magari anche solo occasionale, da parte di giovani e adolescenti costituisce una vera e propria emergenza sociale, sanitaria, educativa. Oggi molti ragazzi coltivano la convinzione diffusa e generalizzata che ‘sballare’ ogni tanto sia in fondo qualcosa di normale e che non farlo equivarrebbe a privarsi di un’esperienza comune.

Non credo – anzi, sono convinto esattamente del contrario – che la droga abbia mai fatto bene a qualcuno, ma c’è stato un momento storico in cui passò il grosso equivoco che essa potesse dare adito a una sorta di ‘liberazione’ del proprio io profondo, della percezione, della creatività. Alcuni decenni orsono (diciamo, grosso modo, tra 1968 e 1977) sui muri delle aule universitarie poteva capitare di leggere slogan come questo: ‘Il potere è allergico all’acido lisergico’. Fare esperienza di certe sostanze sembrava ad alcuni un modo per sottrarsi al controllo del ‘potere’. Ma quale potere? Già nei primi anni 70 del Novecento Pier Paolo Pasolini aveva lucidamente intuito che il «nuovo Potere» (con l’iniziale maiuscola, come scrive sempre questa parola negli Scritti corsari) non era più quello politico o, come poteva essere stato in passato, quello religioso. Nella sua visione (ma, oggi a maggior ragione, come potremmo dargli torto?), a dominare la società era il potere economico, un’ideologia ateistica e materialistica, un edonismo consumistico ormai diventato conformismo di massa.

Ebbene, se quaranta o cinquant’anni fa qualcuno (evidentemente sbagliando) poteva intendere certe scelte come qualcosa di ‘anticonformista’, oggi ciò non è davvero più possibile. Le statistiche ufficiali sono allarmanti: in Italia nel 2016 il 33% degli studenti delle scuole medie superiori (dai 15 ai 19 anni d’età) ha provato almeno una sostanza illegale, soprattutto cannabis e droghe sintetiche, ma anche eroina, con un non trascurabile ritorno in auge di quest’ultima sostanza (sono i dati trasmessi nei giorni scorsi alle Camere dal Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri). Facciamo capire ai nostri ragazzi che il vero conformismo oggi sarebbe proprio cedere a questo genere di inviti. Che esiste un divertimento sano e bello, e che lo ‘sballo’ è il suo opposto. Assumere sostanze o ubriacarsi porta all’isolamento, anche quando il rito è collettivo, mai a un’autentica comunicazione. Che le fragilità emotive e i problemi personali non si risolvono attraverso momenti di incoscienza, i quali non fanno altro che congelarli per poi amplificarli.

Come educatori, genitori e insegnanti, non stanchiamoci mai di ribadire – con le parole e prima ancora, per quanto ne siamo capaci, con l’esempio – che non ci può essere felicità senza libertà.                         di Roberto Carnero

 

____________________________________________

Noi e i migranti, due alibi da sfatare

Risultati immagini per migrantiAIUTIAMOLI, A INIZIARE DA CASA NOSTRA

Ci sono due modi di affrontare la questione immigrati: o ponendoci l’obiettivo di toglierceli dai piedi o volendoli aiutare a vivere meglio. In un caso pensiamo solo per noi. Nell’altro ci preoccupiamo di loro.

Ad oggi sembra prevalere l’egocentrismo. Ma, sotto sotto, non ci sentiamo a posto e ci siamo fabbricati degli alibi per mettere a tacere la nostra coscienza. La prima giustificazione che ci siamo creati è che l’obbligo di accoglienza vale solo per i rifugiati politici, mentre abbiamo il diritto di respingere i migranti economici, coloro, cioè, che sono in cerca di migliori condizioni di vita L’assurdo è che noi stessi siamo terra di emigranti e se questa regola venisse applicata nei nostri confronti dovremmo aspettarci l’espulsione di ben quattro milioni di connazionali sparsi per il mondo. Da sempre abbiamo considerato la libertà di movimento un diritto inalienabile e se volessimo negarlo proprio oggi che abbiamo messo merci e capitali in totale libertà, dimostreremmo di tenere in maggior considerazione le cose delle persone. Ma forse il punto è proprio il sovvertimento dei valori: la ricchezza ci ha accecato a tal punto da avere inaridito la nostra umanità.

L’attenzione tutta rivolta alla roba, abbiamo perso il senso del rispetto e della giustizia, la capacità di compassione, perfino di pietà. E non ci rendiamo conto che più sbarriamo le porte, più inneschiamo situazioni perverse che ci sfuggono di mano. Diciamocelo: i migranti che scelgono la via del deserto non sono né masochisti, né amanti dell’illegalità. Sono dei forzati alla clandestinità perché le vie di ingresso ufficiali sono precluse. Se potessero arrivare in aereo con regolare passaporto, sarebbero ben felici di farlo. E se in Italia non trovassero lavoro, non ci rimarrebbero. Se ne andrebbero dove il lavoro c’è, perché la loro vocazione non è né quella dell’accattonaggio, né del brigantaggio. Sono persone in cerca di un lavoro per mantenere le famiglie rimaste a casa. Che le cose stiano così lo sappiamo molto bene anche noi, tant’è che il secondo alibi che ci siamo creati è che dobbiamo aiutarli a casa loro.

E se lo diciamo è perché abbiamo ben chiaro che nessuno di loro affronta un viaggio così pericoloso per fare una passeggiata, ma per sfuggire a un destino crudele ora dovuto alle guerre, ora alla repressione politica, ora alla mancanza di prospettiva di vita. Ciò che non diciamo è che questa situazione l’abbiamo creata noi attraverso 500 anni di invasioni, massacri, ruberie.

La storia, alla fine presenta sempre il suo conto.

L’emigrazione africana non è figlia di una sciagura transitoria, ma di un sistema di saccheggio di cui siamo stati e siamo ancora parte attiva, addirittura i suoi artefici. Per risolverla, dunque, è da qui che dobbiamo partire: dal nostro assetto produttivo e di consumo, dai nostri obiettivi economici, dai nostri rapporti commerciali, dal nostro assetto finanziario, dal nostro sostegno ai sistemi corruttivi e di rapina.

Lo slogan giusto è «cambiamo le cose qui affinché cambino là». Per partire dovremmo porre uno stop serio alla vendita di armi e subito dopo dovremmo avviare nuovi rapporti economici. Dovremmo stipulare accordi commerciali che garantiscono prezzi equi e stabili ai produttori, dovremmo imporre stabili divieti alla finanza speculativa sulle materie prime, dovremmo smetterla con accordi che autorizzano le nostre imprese a razziare i loro mari e a prendersi le loro terre, dovremmo punire le nostre imprese che non garantiscono salari dignitosi nelle loro filiere globali, dovremmo smetterla di imporre accordi commerciali che favoriscono i nostri prodotti e distruggono le loro economie, dovremmo vigilare da vicino gli investimenti esteri delle nostre imprese per impedire comportamenti corruttivi a vantaggio di pochi capi locali che accumulano fortune nei paradisi fiscali.

Delle 181mila persone disperate sbarcate sulle nostre coste nel 2016, il 21% erano nigeriani. Eppure, grazie al petrolio, la Nigeria è una delle più grandi economie africane.

Ma anche una delle più corrotte. Secondo Lamido Sanusi, già governatore della Banca centrale nigeriana, nei soli anni 2012-13 sono stati sottratti alle casse pubbliche 20 miliardi di dollari provenienti dalla vendita di petrolio alle compagnie internazionali, Eni compresa. Quei soldi sottratti ai nigeriani sono finiti sui conti cifrati aperti da personalità di governo in Svizzera, a Londra e in vari paradisi fiscali. Con la complicità di grandi banche internazionali. E non solo.

Anche di Stati e Governi poco vigilanti, e l’Italia non è affatto esclusa. È proprio il caso di dire «aiutiamoli cominciando a cambiare a casa nostra».

Francesco Gesualdi